giovedì 14 novembre 2013

Masterpiece: quando la tv lancia gli scrittori

Torno a scrivere sul mio blog dopo 7 mesi - tanti quanti ne ha la mia adorata bimba - perché oggi sono stata alla presentazione di un programma sul quale vale la pena di spendere qualche parola. Si tratta di Masterpiece, in onda dal 17 novembre la domenica in seconda serata su Rai3: un talent show con protagonisti scrittori in erba, con il sogno di vedere pubblicato il "capolavoro" che hanno nel cassetto da chissà quanto tempo. Scrittori come me, insomma.
Devo dire che quando mi hanno parlato la prima volta di questa nuova trasmissione – era l'inizio di agosto e una mia amica insisteva perché inviassi un mio romanzo, cosa che invece non ho fatto – ero piuttosto scettica: cosa può avere in comune il mondo della letteratura con il mondo della televisione? Tanto più che conosco bene i meccanismi dei talent, occupandomi da tanti anni di televisione, e quindi so che il più delle volte, in questo tipo di programmi, ad emergere non è il concorrente più talentuoso tra quelli in gara ma quello capace di farsi notare grazie ad una spiccata personalità.
Ebbene, forse ho commesso un errore di valutazione. Certo, se anche avessi dato ascolto alla mia amica avrei avuto probabilmente scarse possibilità di essere scelta, visto che sono stati inviati circa 5000 dattiloscritti, ma sarebbe stata comunque un'opportunità. Perché Masterpiece, format originale realizzato da Freemantle a partire da un'idea del direttore di Rai3 Andrea Vianello ed elogiato perfino dal New York Times, si propone di «cercare soprattutto un nuovo scrittore, che sappia andare avanti», come ha spiegato in conferenza stampa Andrea De Carlo, autore di "Due di due" e di altri 16 romanzi, in giuria insieme a Massimo De Cataldo (noto al grande pubblico soprattutto per "Romanzo criminale", che ha ispirato l'omonimo film e la serie tv realizzata da Sky) e Taiye Selesi (in libreria con il suo romanzo d'esordio "La bellezza delle cose fragili"). Basti pensare che il vincitore, colui che non solo avrà dimostrato di aver scritto il romanzo migliore tra quelli in gara, ma che avrà anche superato brillantemente le prove di scrittura creativa previste durante la trasmissione, vedrà la propria opera pubblicata nientemeno che da Bompiani, in 100.000 copie distribuite in libreria e in edicola con il Corriere della Sera: il premio più ambito da ogni scrittore, direi. «Questo è un programma innovativo e la Bompiani guarda con molta curiosità a ciò che è nuovo, innovativo e una scommessa», ha detto Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale della casa editrice, «spero che chi concorre non equivochi, pensando che c'è l'Auditel: alcuni verranno fuori per la loro brillantezza, ma l'importante è che non venga perso il lavoro che fanno sul loro romanzo. La giuria è autorevolissima e il valore è ciò che verrà pubblicato».
Un'occasione persa, insomma. Chissà, se nel frattempo non dovesse succedere niente, magari mi candiderò per la prossima edizione...

domenica 24 marzo 2013

Se la fiction perde ascolti...

Non esistono più le fiction di una volta. O forse è il pubblico ad essere cambiato? Fatto sta che, mentre fino a qualche tempo fa serie e miniserie tv facevano registrare ascolti crescenti via via che si susseguivano le puntate, ora si sta verificando un'inversione di tendenza: tra tutti i titoli andati in onda nell'ultimo periodo, l'unico ad aver visto aumentare la sua audience è stato Volare, la storia di Domenico Modugno, che all'esordio ha conquistato ben 10.099.000 spettatori, pari al 34,22% della platea televisiva, e il giorno seguente è arrivato a totalizzarne addirittura 11.386.000, con il 38,98% di share.
Se però escludiamo la miniserie con Beppe Fiorello, vediamo che tutti gli altri prodotti seriali stentano invece ad imporsi, o meglio a fidelizzare il pubblico. Sia chiaro: la fiction è ancora un genere di grande appeal, come dimostrano i dati Auditel relativi soprattutto alle produzioni targate Rai – eccezion fatta per K2 – La montagna degli italiani, che lunedì e martedì scorsi ha convinto appena il 16,6% degli individui davanti al teleschermo – ma è innegabile che si sta verificando un calo nella tenuta del pubblico. Prendiamo Un medico in famiglia 8: con una media di 6.318.000 spettatori e il 23,3% di share, la serie con Lino Banfi e Giulio Scarpati ha addirittura incrementato gli ascolti della passata stagione, seguita mediamente da 5.215.000 persone con il 20,18% di share, ma in appena 4 settimane ha già perso per strada quasi un milione di spettatori, visto che all'esordio ne aveva totalizzati 7.393.000 (24,9% di share). Stesso dicasi per Che Dio ci aiuti 2, altro prodotto che funziona e che ha visto crescere l'audience rispetto allo scorso anno, ma che comunque in questa stagione sta facendo registrare un calo progressivo ma inarrestabile: dai 7.681.000 spettatori e il 25% di share della prima puntata, è sceso fino ai 6.661.000 (23,8%) dell'ultima. Il discorso non cambia se si prendono in considerazione i titoli Mediaset, visto che Il clan dei camorristi era partito con quasi cinque milioni di spettatori e il 18,61% di share e si è concluso venerdì scorso arrivando a totalizzare una media di 4.448.000 spettatori e il 16,5% di share, né se si analizzano le miniserie, con Trilussa – Storia d'amore e di poesia che tra la prima e la seconda puntata ha perso quasi mezzo milione di individui (da 6.616.000 a 6.191.000) e oltre un punto e mezzo di share (dal 23,6% al 21,9%).
Se insomma fino all'anno scorso l'appuntamento con la fiction era qualcosa di assolutamente imperdibile, e gli ascolti crescevano costantemente fino a raggiungere il record di solito nel finale, sembra che ora le persone non si strappino più i capelli all'idea di perdere un episodio, o anche più d'uno, scegliendo più liberamente tra le varie offerte delle diverse reti tv. Colpa della maggiore controprogrammazione? Della possibilità di recuperare online le puntate perse? O forse sono appunto cambiate le abitudini del pubblico, che ora preferisce variare piuttosto di guardare sempre le stesse cose? Difficile dirlo, ma certo si tratta di un fenomeno che non passa inosservato. E che credo non sia da sottovalutare.

venerdì 15 febbraio 2013

Sanremo, terza serata: tanta musica e un'inedita Littizzetto

Un duetto sulle note di Vattene amore, occhi negli occhi, e un bacio di baudiana memoria. Così Fabio Fazio e Luciana Littizzetto hanno aperto il terzo appuntamento con il festival di Sanremo, nel giorno di San Valentino. Ringalluzziti dagli ottimi ascolti ottenuti anche nella seconda serata – la migliore degli ultimi 13 anni, con una media, tra prima e seconda parte, di 11.330.000 spettatori e il 42,2% di share – i due conduttori si sono dimostrati fin dal primo momento più spigliati, in grado di reggere il palco senza bisogno di ricorrere a frecciatine a sfondo politico, freddure e parolacce gratuite. Anzi. La Littizzetto ha stupito perfino me, che non sono propriamente una sua estimatrice, con un bellissimo monologo iniziato con toni leggeri, ironizzando sui difetti comuni a tutti gli uomini, e trasformatosi poi in un monito alle donne, perché non accettino passivamente la violenze da parte di chi dichiara di amarle, riallacciandosi al flash mob One Billion Rising contro gli stupri e il femminicidio svoltosi proprio ieri in 
tutto il mondo: «Non vogliamo essere donne con le palle, pretendiamo solo rispetto», ha esordito, improvvisamente serissima, «Un uomo che ci picchia non ci ama. Oppure ama male. Un uomo violento è uno stronzo. Questo ficchiamocelo in testa. Ficchiamocelo nell'hard disk. Lamore riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi in faccia: cosa credete, che abbiamo sette vite come i gatti? Ne abbiamo una sola: non buttiamola via». Un intervento toccante, che Lucianina ha voluto concludere unendosi al corpo di ballo del festival, per danzare a favore delle donne.
Toccante anche Roberto Baggio, invitato all’Ariston non per parlare di calcio ma del suo impegno umanitario e delle emozioni vissute come ambasciatore della Fao, che ha voluto leggere una lettera indirizzata ai giovani, per incoraggiarli «a riflettere su alcune parole» – “passione”, “gioia”, “successo” e “sacrificio” e a non rinunciare ai propri obiettivi: «abbracciate i vostri sogni e seguiteli: è quello che auguro a tutti voi ed ai miei figli». Musicali, invece, gli altri ospiti della serata: la band newyorkese Antony and the Johnsons, che ha cantato il brano "You are my sister", la pianista ventenne Leonora Armellini, splendida in un un pezzo di Chopin, e Al Bano, che ha duettato con Laura Chiatti nell'evergreen "Felicità".
 E la gara? Quella è scorsa via fluida e senza scossoni: si sono esibiti di nuovo tutti e 14 i Big, dei quali è stata stilata la classifica provvisoria in base ai risultati del televoto, con Marco Mengoni, i Modà e Annalisa Scarrone per il momento sul podio, e i restanti quattro Giovani, con i due concorrenti con l'X Factor - Antonio Maggio e Ilaria Porceddu, entrambi nella prima edizione del reality all'epoca in onda su Raidue - che hanno conquistato la finale di stasera.

giovedì 14 febbraio 2013

Sanremo, atto secondo: finalmente la musica!

Niente satira politica, nessuna battutina sui candidati alle elezioni e nessun commento fuori contesto. Dopo le polemiche sollevate dall’esordio a sfondo politico, comunque premiato da grandi ascolti (ben 14.196.000 spettatori e il 47,61% di share nella prima parte, 8.146.000 e il 53,54% nella seconda), il Festival di Sanremo ieri sera ha finalmente ritrovato l’identità perduta, rimettendo al centro la musica e tornando ad essere una kermesse canora, con perfino gli ospiti protagonisti di momenti musicali. Molto suggestiva l'apertura della serata, con l’omaggio a Domenico Modugno affidato a Beppe Fiorello: con indosso la giacca originale con la quale Mr. Volare trionfò nel 1958 all’Ariston con Nel blu dipinto di blu, l’attore siciliano – che vestirà i panni dell’indimenticato cantautore nella miniserie intitolata appunto Volare, in onda su Rai1 il 18 e 19 febbraio – ha raccontato la genesi del brano che ha reso famoso nel mondo Modugno e si è esibito cantando, con una voce straordinariamente simile alla sua, un medley dei suoi successi, “Vecchio frac”, “Cosa sono le nuvole” e “Tu si’ ‘na cosa grande”, perfettamente calato nella parte. «Non potevamo cominciare meglio», è stato il commento di Fazio, entrato in scena al termine della performance, «Fiorello è stato proprio bravo bravo». Uno sketch con la top model israeliana – e per l’occasione valletta – Bar Refaeli, apparsa in tutta la sua bellezza in cima alle scale, qualche freddura di Luciana Littizzetto («Bar, posso chiamarti Chiosco?»), dopodiché la gara ha avuto inizio, con tutti gli artisti impegnati in una doppia esecuzione, come quelli che si sono esibiti la sera prima, per scegliere il brano che continuerà il percorso verso la vittoria finale. Il tempo di ascoltare le canzoni dei Modà e di Simone Cristicchi, e sul palco è salita Carla Bruni, che ha promosso il nuovo disco, cantando il brano “Chez Keith et Anita”, e poi si è lasciata prendere bonariamente in giro dalla Littizzetto, la quale ha sottolineato la comune nascita a Torino («Ci hanno separato dalla nascita, siamo gemelle diverse») e ironizzato sulla fortuna di donna dell'ex premère dame francese («Ha più culo che anima»)
e sul suo repertorio musicale.
Tra un Big e l’altro, spazio alla voce del cantautore israeliano Asaf Avidan e alla comicità di Neri Marcorè, sempre irresistibile nella parodia di Aberto Angela, con Fazio a fargli da spalla imitando - peraltro molto bene - il padre Piero Angela.
Solo in tarda serata, come purtroppo accade ogni anno, i primi quattro giovani in gara: hanno passato il turno Renzo Rubino - com'era prevedibile, visto che del suo brano sull'omosessualità, "Il postino (amami uomo)", si discute da almeno un mese - e i Blastema, boy band di bellocci che certo farà battere il cuore a parecchie ragazzine.

mercoledì 13 febbraio 2013

Festival di Sanremo o Tribuna politica?

L'aveva dichiarato apertamente, Fabio Fazio: «tv pubblica vuol dire che è di tutti, quindi si può dire tutto». E così è stato. La prima serata del Festival di Sanremo 2013 verrà infatti ricordata soprattutto per l'ampio spazio dato alla politica, peraltro monocolore, in forma di battutine per bocca della Littizzetto («Posso dire due Maroni? E due Meloni? E che Casini?»), di satira spinta ai limiti della decenza, con Maurizio Crozza che ha vestito i panni di esponenti dei diversi schieramenti, e di accenni sinistroidi sparsi qua e là (uno per tutti: Toto Cotugno che, accompagnato dai coristi russi dell'Armata Rossa, confessa di avere «nostalgia dell'Unione Sovietica del passato»).
Ma il pubblico ha gradito? Se si prendessero in esame soltanto gli ascolti, la risposta sarebbe sì, visto che nella prima parte sono stati incollati al video oltre 14 milioni di telespattatori e nella seconda più di 8 milioni, ma sappiamo bene che l'Auditel è condizionato da tanti fattori: sicuramente la curiosità di vedere cosa avrebbe combinato sul palco dell'Ariston la coppia di Che tempo che fa, l'abitudine di seguire ogni anno la kermesse a prescindere dai contenuti e, forse, anche la mancanza di alternative valide sulle altre reti. Più indicative le reazioni per così dire "tangibili". A cominciare dalle contestazioni che hanno interrotto l'esibizione di Crozza, dopo che il comico genovese aveva rappresentato Berlusconi in veste di chansonnier, intento a cantare un brano, dal titolo “Formidable”, dal testo obiettivamente offensivo (non tanto per il verso «sono l’eterno imputable, in primo grado già condannable», quanto piuttosto per quello nel quale il "suo" ex premier si autodefiniva «delle canaglie il re»): dalla platea si è alzato un coro di proteste, con la parola «Fuori!» ripetuta ad oltranza, fischi e inviti ad andarsene al grido «no politica stasera, vai via!». Una vera e propria rivolta, simile a quella che lo scorso anno ha accompagnato l'intervento di Adriano Celentano, placatasi solo quando Fabio Fazio ha preso le redini della situazione, chiedendo ai presenti di lasciare che l'ospite proseguisse la sua parodia - che prevedeva anche blande prese in giro di altri candidati - e la sicurezza ha allontanato i contestatori (che però erano ben più dei due indicati dal conduttore, a giudicare dalla quantità di voci che risuonavano nel teatro). Okay, molti sono convinti che fosse tutto preparato e che Berlusconi avesse assoldato per l'occasione una "claque", come è stato detto da qualcuno. Può anche essere. Ma su Twitter e Facebook sono fioccate critiche a non finire, anche da parte di gente non schierata a favore dell'ex premier e che malgrado ciò non ha gradito l'eccesso di politica in una manifestazione che avrebbe dovuto mettere al centro la musica, come era stato peraltro promesso alla vigilia. Non solo: la serata è stata giudicata da molti piatta e noiosa, con una conduzione insicura, confusionaria e, da parte di Luciana Littizzetto, infarcita come di consueto di parolacce gratuite e volgarità («lei parla prima di pensare, contrariamente alle altre persone», ha commentato infatti Fazio in diretta).
Nonostante tutto, però, la serata è stata un successo in termini di ascolti. E allora vedremo cosa si inventeranno gli autori stasera, per mantenere alta l'attenzione dei telespettatori. Sperando che si ricordino che sono stati chiamati per scrivere i testi del Festival di Sanremo, non di Tribuna politica.
 

venerdì 16 novembre 2012

Cara, carissima La7

Si fa sempre un gran parlare dei costi delle trasmissioni e dei conduttori di Mamma Rai (giustamente, visto che si tratta di denaro dei contribuenti), ma spesso ci si dimentica di guardare i conti degli altri canali tv, che spendono altrettanto e a volte anche di più della tv di Stato, con risultati d'ascolto non sempre soddisfacenti. È il caso di La7, che a quanto pare sborsa per i suoi titoli di punta – è Dagospia a rivelare tutti gli importi – un'autentica valanga di soldi. L'avreste mai detto, ad esempio, che ogni puntata di Servizio pubblico costa la bellezza di 400.000 euro, nonostante i servizi esterni siano notevolmente diminuiti rispetto ai tempi in cui Santoro era al timone di Annozero? E che Crozza nel paese delle meraviglie richiede ogni settimana un esborso superiore a 340.000 euro, mentre Corrado Formigli, con il suo Piazza pulita, disponeva di un budget di 260.00 euro a puntata? E, soprattutto, credereste mai che lo chef Gianfranco Vissani e la signora Mentana, ovvero Michela Rocco di Torrepadula, ogni volta che vanno alla scoperta dei sapori tradizionali della penisola con il loro programma itinerante Ti ci porto io, fanno uscire dalle casse della rete ben 96.000 euro? Sono cifre decisamente più alte di quelle messe a disposizione di molte trasmissioni in onda sui canali Rai, però è giusto fare delle distinzioni, perché non tutto ciò che comporta un notevole impiego di denaro finisce per portare i conti in rosso, perché tutto, come sempre, dipende dall'Auditel. Nonostante il suo sia il programma in senso assoluto più costoso, Santoro ha infatti il merito di aver fatto toccare alla rete ascolti raggiunti solo con la coppia Fazio-Saviano – la sua media è di 2.711.000 spettatori con l'11,8% di share, ma giovedì scorso ha conquistato addirittura il 12,6% della platea televisiva – e, di conseguenza, cospicui introiti pubblicitari (tant'è che adesso il gran capo di La7, Giovanni Stella, sarà probabilmente costretto ad aumentargli il compenso, visto che il suo contratto è legato ai consensi ottenuti). Responso Auditel che giustifica ampiamente la spesa anche per Crozza, seguito in media dall'8,3% del pubblico tv, e per Formigli, che ha saputo fidelizzare il 5,8% dei telespettatori, anche se ci sono programmi che fanno altrettanto bene con un budget di gran lunga inferiore, come Otto e mezzo, che oscilla quotidianamente tra il 5 e il 6% di share costando appena 13.455 euro a puntata, e soprattutto il Tg La7, che ha a disposizione solo 21.250 euro al giorno malgrado possa vantare un ascolto medio, nell'edizione delle 20.00, che supera l'8% di share.
Il discorso cambia però completamente se si considerano alcuni programmi che costano tanto ma sono a tutti gli effetti dei flop. Quello di Vissani, ad esempio, non supera il 2% di share, risultato che davvero non giustifica l'esborso di quasi 100.000 euro a botta, così come sembra francamente spropositato il costo di programmi quotidiani come Cristina Parodi Live (58.408 euro a puntata, per ottenere appena il 2,1% di share), G' Day (39.636 euro e il 2,3% di share), I menù di Benedetta (28.159 euro e il 2,8% di share) e L'aria che tira (16.203 euro e il 2,6% di share). Perfino L'infedele, pur essendo al top dei flop con un comunque dignitoso 3,4% di share media, ha un costo eccessivo se paragonato alla risposta del pubblico: se pensiamo che la coppia Luca Telese-Nicola Porro con In onda fa registrare neanche mezzo punto percentuale in meno – ovvero il 3% di share – con un budget di 29.487 euro a puntata, non si spiega perché Gad Lerner non faccia fruttare di più, in termini di Auditel, i 114.634 euro che la rete gli concede.
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martedì 9 ottobre 2012

Canta, Adriano, canta

A me, personalmente, Adriano Celentano non è mai piaciuto. Trovo belle alcune canzoni del suo repertorio, ma non amo la sua voce. Mi diverte qualcuno dei film che ha interpretato, ma non lo apprezzo come attore (il suo Rugantino con accento lombardo è a dir poco da dimenticare!). E, soprattutto, non sopporto il suo atteggiamento, i silenzi, le frasi lasciate volutamente a metà e i sermoni da Messia del nuovo millennio.
Nonostante ciò, ieri sono stata costretta, per esigenze lavorative, a seguire su Canale 5 il suo attesissimo megaconcerto RockEconomy, in diretta dall'Arena di Verona. Mi aspettavo uno show politico e in effetti questo lasciavano intendere le scene apocalittiche dell'anteprima e il brano di Rifkin e Latouch su buona giustizia, diritto alla salute e al lavoro, decrescita contro il consumismo che genera la crisi recitato in apertura da una giornalista e un attore. Ma poi il Molleggiato è entrato in scena e, inaspettatamente, ha iniziato a cantare. Così, senza commenti. Sette brani di ieri (soprattutto) e di oggi, vecchi successi come Svalutation, Si è spento il sole, Pregherò, intervallati solo da un paio di dediche, a Gianni Bella (autore, con Mogol, di Io non so parlar d'amore) e a Bonolis. Che il Predicatore abbia capito che il pubblico vuole solo sentirlo cantare - mi sono domandata - dopo i fischi rimediati con l'interminabile tirata contro la stampa cattolica (e non solo) durante l'ultimo Sanremo? Mera illusione. Appena qualche minuto più tardi, dopo un'ora di spettacolo, sono infatti arrivate le prime avvisaglie di quello che aveva in serbo di lì a poco, con uno sconclusionato preambolo sulla crisi lasciato a metà e una pausa di cinque minuti buoni per bere e scambiare due parole con un membro dello staff. Si stava avvicinando il momento in cui avrebbe fatto finalmente - per lui, non per noi - il suo bel predicozzo. E così, dopo un altro paio di canzoni, si è seduto attorno ad un tavolino con Jean-Paul Fitoussi e i giornalisti Gianantonio Stella e Sergio Rizzo per parlare di economia mondiale, spread, disoccupazione, disuguaglianza e debito pubblico, cercando di convincere l'economista francese 
- che non è caduto nel tranello - a denigrare l'Italia al posto suo. Finché, dopo una buona mezz'ora di chiacchiere inutili e farneticanti, il pubblico dell'Arena ha perso la pazienza, iniziando a rumoreggiare e fischiare. «Adriano, vogliono che canti», ha fatto notare Morandi, che nel frattempo si era unito al dibattito (evidentemente non pago dell'esperienza sanremese). E solo a quel punto il Molleggiato ha congedato suo malgrado gli ospiti e ha ripreso a intonare i suoi successi. Stavolta senza prendersela con chi non ha apprezzato il suo Verbo, però, come ha fatto sul palco dell'Ariston. Che abbia capito, finalmente, che la gente vuole sentire solo le sue canzoni e non i suoi sermoni? Ho i miei dubbi. E sono pronta a scommettere che stasera ci riproverà. In fondo, che sia stato per sentirlo cantare o per semplice curiosità, ieri sera oltre nove milioni di persone si sono sintonizzate su Canale 5. Perché stasera non dovrebbe ripetersi?